giovedì 3 agosto 2023

APPENNINO. QUANDO IL LUPO E' UNA RISORSA.

 In questi giorni i monti dell’Appennino sono pieni di camminatori attirati dall’aspetto selvaggio di molte valli e dalla possibilità di trovare tracce della vita che le anima. Lupi e orsi fanno parte dell’appeal dei luoghi e sono considerati attrattori di turismo: d’estate si evidenzia il loro valore anche economico. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: nell’aprile scorso la notizia del runner italiano ucciso da un orso in Trentino aveva fatto il giro d’Europa contribuendo ad alimentare il dibattito sulla sorte dei grandi mammiferi considerati pericolosi per l’uomo e le attività umane. Il lupo è stato riavvistato in Belgio per la prima volta dopo circa cento anni, un successo delle leggi europee sulla conservazione, ma l’entusiasmo non c’è stato, anzi già si discute della possibilità di poterlo cacciare. Una contrapposizione di immagini che sta diventando sempre più netta.

O il lupo o noi”

In molte regioni europee secondo gruppi di allevatori e cittadini la protezione accordata al lupo si sta rivelando un’arma a doppio taglio perché crescono gli attacchi al bestiame. E la politica non ha esitato a strumentalizzare la questione: in Spagna a pochi giorni dalle elezioni nazionali il partito Popolare aveva promesso di invertire la rotta dettata dalla sinistra ed escludere il lupo dalla lista di specie protette. In Germania un nutrito gruppo di allevatori e di cittadini ha chiesto al governo di modificare le leggi sulla protezione dei lupi perché la situazione è “fuori controllo”. Il dibattito è forte anche in Francia, dove nel 2020 stime governative parlano di 11 mila animali da pascolo uccisi dai lupi. Nel 2023 le autorità svedesi hanno dato il via libera all’uccisione di 75 lupi.

In Italia la polemica non è così accesa, ma le notizie di cronaca spesso giocano sulla paura, qualche volta confondendo i lupi con i ben più numerosi cani inselvatichiti: un presunto lupo ha attaccato una coppia in spiaggia a Vasto, un altro se l’è presa con un cagnolino, mentre le notizie di aggressioni al bestiame sono praticamente quotidiane sui periodici locali. La domanda di fondo resta: è possibile la convivenza pacifica tra uomo-allevatore e lupo-predatore? La risposta sembra positiva.

Lo dimostrano gli ottimi risultati del parco nazionale della Maiella nella gestione e monitoraggio delle popolazioni di lupo. Parliamo di circa 100 esemplari in un territorio limitato e a stretto contatto con allevatori e bestiame. Le predazioni e gli incidenti però sono rarissimi. Il veterinario del parco, Simone Angelucci, racconta del lavoro svolto e di molte credenze errate associate al lupo.


 

Dagli anni ‘70

Iniziamo dal principio. Il lupo dall’Italia non è mai scomparso, anche se in alcune zone è tornato solo di recente. In Appennino per esempio c’è sempre stato, e i primi studi sui lupi sono partiti negli anni ’70 proprio qui. Nello stesso decennio sono iniziati gli sforzi per il ripopolamento. “A quel tempo si contavano circa 100 lupi in Italia, localizzati in Appennino. Oggi sono 3.500 in tutto il Paese. Qui siamo stati fortunati ad avere avuto questa continuità perché, anche grazie alla ricerca e alla cooperazione degli allevatori, ci ha permesso di trovare modelli di convivenza davvero efficaci”, spiega Angelucci. Con vantaggi diffusi perché la presenza dei lupi nelle aree boschive aiuta a mantenere sotto controllo il livello di erbivori come cervi e camosci, e di onnivori come i cinghiali. Senza lupi boschi e campi sarebbero distrutti dagli erbivori, tanto che in alcune zone del Paese ogni tanto bisogna abbattere i cervi in sovrannumero.

“Qui in Maiella oggi abbiamo 10 branchi, circa 100 lupi. Sono stabili da 15 anni e hanno territori molto limitati. Per fare un confronto, è la stessa popolazione di lupi presenti nel parco di Yellowstone negli Stati Uniti che però è grande sei volte tanto”. I lupi stanno al posto loro, quindi. Gomito a gomito con pascoli e allevatori, verrebbe da pensare che l’incidenza di assalti al bestiame sia alta. In realtà non è così: “La predazione di animali domestici era molto bassa già anni fa, appena il 6%”. I lupi si erano abituati a nutrirsi di animali selvatici e non di quelli domestici, ben protetti. Una tendenza confermata dall’introduzione dei radiocollari nel 2009.


Una collaborazione ampia

Angelucci racconta il perché di questa convivenza pacifica, e mette in chiaro una cosa: “I risultati molto positivi che abbiamo ottenuto sono frutto di un lavoro che dura da vent’anni e della collaborazione di molti professionisti, allevatori, cittadini. Non è una cosa che si ottiene dall’oggi al domani”. Collaborare con gli allevatori è fondamentale perché conoscono bene il territorio e sanno di cosa hanno bisogno. “Oggi collaboriamo con 120 allevatori circa e il loro rapporto con il parco è ottimo. Ci sono allevatori in mezzo a tre branchi di lupi che non subiscono mai predazioni”, prosegue.

In cosa consiste quindi il “modello Maiella”, e perché funziona così bene? “Quando siamo nati negli anni ‘90 come parco abbiamo iniziato a indennizzare i danni da lupo verso il bestiame, cosa che non era mai stata fatta. Abbiamo iniziato a capire come riconoscere questi danni, a fare diagnosi sulle predazioni, a monitorare il comportamento dei branchi. Abbiamo studiato l’ecologia alimentare del lupo, ovvero di cosa si nutre, dove, quando. Abbiamo sempre trovato modalità di prevenzione basate sull’analisi del contesto specifico.”

Ma quindi non è vero che il lupo preda il bestiame? “Se glielo lasci fare, certo. Se invece il bestiame è protetto e il lupo ha abbastanza prede in natura, perché dovrebbe scomodarsi? Il lupo si adatta a fare ciò che gli conviene, qui in Maiella abbiamo situazioni diverse persino da branco a branco”. Il comportamento dei lupi dipende quindi dal contesto in cui si trova. In altre regioni d’Italia la situazione è diversa e più problematica. Ad esempio gli allevatori della Lessinia, territorio a cavallo tra il Veneto e la Provincia di Trento, subiscono molti attacchi del lupo, tanto che recentemente il governatore leghista Fugatti ha autorizzato l’abbattimento di due esemplari. Ma come mai il lupo ha comportamenti così differenziati?


Lo spopolamento delle aree interne

Una considerazione piuttosto banale, spiega Angelucci, è che il lupo in certe zone non c’è più da quasi cent’anni e si è persa la memoria storica della convivenza. “Ma non è solo questo. Contano anche gli errori. Ad esempio ci sono zone in cui si pratica il pascolo libero, a volte perché il possesso di animali da pascolo fa accedere a premi europei: spesso si tratta di cavalli ma sono anche ovini e bovini, ci sono vacche nate e cresciute in stalla che poi vanno a pascolare in alpeggio. In questi territori, i lupi si abituano a predare gli animali incustoditi o facilmente raggiungibili. Nelle zone in cui la protezione è sempre stata continua la situazione è diversa”. La reintroduzione di un predatore può costare qualche sforzo di adattamento, ma sta all’uomo trovare soluzioni adeguate e favorire la convivenza. Se questo non succede, i risultati sono doppiamente negativi: bestiame predato e una crescente paura della popolazione residente.

“Oggi nell’Appennino non c’è un allarme, ma i problemi possono emergere”, continua Angelucci. “Per questo sul lungo termine serve una capacità di lettura dei problemi e delle opportunità dei territori anche al di fuori dei parchi e questa capacità si sta perdendo. Un po’ perché mancano le figure professionali, come la polizia provinciale, abituate a fare da tramite con la popolazione. Un po’ perché le aree interne si spopolano”.

Per creare un ecosistema armonioso come quello del Parco della Maiella servono tempo, competenze, decisioni politiche lungimiranti. “Il nostro non è un modello replicabile ovunque perché non sono soluzioni calate dall’alto. Ciò che conta è la consapevolezza, lo studio del contesto, la collaborazione”. Il parco della Maiella è partner di Wolfnext, un progetto di studio e monitoraggio che coinvolge 18 parchi nazionali italiani su 24, ovvero tutti quelli in cui sono presenti i lupi. E a livello europeo partecipa al progetto Life Wild Wolf insieme ad altri 8 Paesi.

“Del lupo sappiamo che è molto adattabile, possiamo ipotizzare e studiare i suoi comportamenti”, conclude Angelucci. “L’uomo è più imprevedibile”. Su 23 lupi monitorati 11 sono stati uccisi: lacci per cinghiali, avvelenamenti, arma da fuoco. “Il dato viene dalla Maiella ma è così in tutto l’Appennino: la metà dei lupi che non vengono più avvistati è morta per cause legate direttamente all’uomo”.